
di Franco Battaglia
Gli esperti Onu avevano lanciato l’allarme sull’Himalaya "scongelato" nel 2035. E ora ammettono: "Previsione copiata da un’intervista, senza basi scientifiche"
La cronaca e la storia danno ragione alla mente perspicace che suggerì di interpretare come «Organizzazione non utile» l’acronimo Onu. La quale però, troppo spesso, si rivela più dannosa che inutile. Ad esempio, quando, in contrasto con ogni evidenza scientifica, vorrebbe governare la scienza del clima attraverso un comitato specificamente istituito con lo scopo di raccontar balle: l’Ipcc. Dopo il recente Climategate, prendersela con l’Ipcc, oggi, è un po’ come sparare sulla Crocerossa. Per chi ne fosse all’oscuro, il Climategate è lo scandalo - esploso lo scorso dicembre ma perfettamente noto nella cerchia ristretta della comunità scientifica - che ha fatto emergere come quelli dell’Ipcc truccassero i dati in modo da far credere a un’emergenza senza la quale chiuderebbe i battenti. Un imbroglio talmente ben congegnato da ingannare perfino quelli del comitato per il premio Nobel. Ma, come sempre, alla fine emerge la verità. L’ultima in ordine di tempo è che non sarebbe più vero che i ghiacci si stanno sciogliendo in modo anomalo. Ad essere precisi, non è stato mai vero: noi lo scriviamo da 10 anni su queste pagine perché questo è quanto risulta dai dati della scienza accreditata, quella che l’Ipcc ha cercato per anni di nascondere.
L’Ipcc, dicevo, non è nuovo ad imbrogli del genere. Già nel comunicato-stampa sul suo Primo Rapporto (1990) vi si poteva leggere, in una pagina, che «gli aumenti antropogenici di CO2 in atmosfera sono responsabili per oltre la metà dell’effetto serra in atto», e in un’altra che «il riscaldamento globale del XX secolo potrebbe essere dovuto, in gran parte, alla variabilità naturale». L’apparente contraddizione nasceva dalla circostanza che la seconda frase era coerente col rapporto degli scienziati, ove, invece, della prima frase non v’era traccia. Il fatto è che solo questa fu recepita e ripetuta all’infinito, da tutti, negli anni successivi.
Nel comunicato-stampa al suo Secondo Rapporto (1996) la frase-chiave fu: «l’evidenza complessiva suggerisce una ben discernibile influenza umana sul clima». Anche stavolta di questa frase non v’era ombra nel rapporto scientifico, che anzi diceva esattamente l’opposto, tanto da indurre molti scienziati a protestare. Uno fra tutti, Frederick Seitz che, membro dell’Ipcc e già presidente sia della Società americana di fisica sia della Accademia nazionale delle scienze americana, scrisse un articolo pubblicato sul Wall Street Journal per denunciare l’alterazione delle informazioni veicolate. Si scoprì poi che l’alterazione era stata apportata dall’estensore del comunicato-stampa, il prof. Ben Santer, sulla sola base di 2 articoli dello stesso Santer e, allora, ancora non pubblicati. Quando poi Santer li pubblicò, Michaels e Knappenburger, con un articolo su Nature, dimostrarono che i lavori di Santer erano sbagliati. Ma ormai la frittata era fatta e «l’evidenza complessiva suggerisce una ben discernibile influenza umana sul clima» fu la frase ripetuta da tutti come un mantra.
Le tesi che l’Ipcc diffondeva soffrivano di una grave lacuna: il pianeta era stato caldo come e più di ora durante un paio di secoli intorno all’anno 1000 d.C., aveva anche dovuto sopportare un paio di secoli di piccola era glaciale tra Seicento e Settecento e, infine, si era rinfrescato per i 35 anni dal 1940 al 1975 in pieno boom di emissioni. In aiuto all’Ipcc venne Michael Mann, uno studentello inesperto che era riuscito a pubblicare un articolo ove, con un semplice tratto di penna, aveva fatto giustizia del periodo caldo medievale, della piccola era glaciale e del raffreddamento degli anni 1940-75: secondo Mann, le temperature del pianeta erano rimaste costanti negli ultimi 1000 anni per poi crescere esponenzialmente dopo il 1850. La curva di Mann, nota come curva «a mazza da hockey», fu fatta propria dall’Ipcc, che nel suo Terzo Rapporto (2001) l’accompagnò con la frase-mantra: «nuove solide evidenze dimostrano che il secolo XX è stato il più caldo degli ultimi 1000 anni». Nel 2003 si dimostrò in modo inequivocabile che Mann aveva usato dati sbagliati, in un programma di calcolo sbagliato, di un’analisi statistica sbagliata. Ma fu troppo tardi perché il Rapporto 2001 dell’Ipcc indusse l’approvazione di quel disastro economico-ambientale che si chiama protocollo di Kyoto.
Un’altra figuraccia l’Ipcc l’ha fatta col suo ultimo rapporto (2007) ove dichiara: «Il riscaldamento globale dal 1975 in poi è molto probabilmente di causa principalmente antropica». Insomma, nel suo ultimo rapporto, l’Ipcc circoscrive la responsabilità umana ai soli anni successivi al 1975, con ciò ammettendo di aver sbagliato per i 20 anni precedenti quando attribuiva all’industrializzazione il riscaldamento successivo al 1850. Giova sapere che è da 10 anni che il pianeta ha smesso di scaldarsi: quelli dell’Ipcc hanno cercato di nasconderlo (Climategate) ma, come detto, non si possono ingannare tutti per sempre.
dal sito il Giornale.it
Pubblicato il 22/01/10 22:09 in LA GOLA PROFONDA DI OLDUVAI (scienza e tecnologia) - commenti (10) - 381 visite

Richard S. Lindzen: uso autoritario della scienza ed esagerazioni sulla CO2
Secondo il prof. Richard S. Lindzen gli allarmismi suscitati dai seguaci dell’IPCC sono ingiustificati per una serie di motivi, che cerco di classificare:
In primo luogo è inappropriato ritenere che l’andamento del clima che riscontriamo oggi sia in qualche modo eccezionale. Come esemplificazione leggete questo bollettino del US Weather Bureau: «L'Oceano Artico si sta riscaldando, gli iceberg diminuiscono e in alcuni posti le foche trovano l'acqua troppo calda. Tutti i rapporti indicano un radicale cambiamento del clima, e temperatura mai viste prima nella zona artica. Le spedizioni riportano che pochissimo ghiaccio è stato è stato riscontrato fino alla latitudine di 81 gradi. La grandi masse di ghiaccio sono state sostituite da morene di terra e sassi mentre in molti punti ghiacciai ben noti sono completamente spariti.»
Molto allarmante, vero? Ma questo bollettino risale al 1922!
In effetti i ghiacci artici sono soggetti ad una grande variabilità nei naturali cicli climatici della Terra. A questa si aggiunge una variazione stagionale che comporta una restrizione della superficie estiva del 60-70% rispetto a quella invernale, come illustrato dal grafico, dal quale del resto si deduce che dal 2007 al 2009 si registra un recupero.
Il clima è in continuo cambiamento, e questi cambiamenti hanno naturalmente delle conseguenze. Quando si parla di un clima “inusuale” (cosa che succede sempre da qualche parte) spesso gli allarmisti peccano della cosiddetta “fallacia dell’accusatore”. Ad esempio si confonde la certezza che se A spara a B allora A dispone di un’arma, con l’affermazione che se anche C possiede un’arma certamente è lui che ha sparato a B. In secondo luogo, vengono dati come reali dei fenomeni sulla cui esistenza non vi è alcuna certezza. Per quel che riguarda il livello del mare, si deve osservare che esso localmente varia di frequente in modo irregolare rispetto al livello medio. Lindzen riferisce: «Il mio collega al MIT, l’oceanografico Carl Wunsuch, si è detto dispiaciuto di dover ammettere che probabilmente la base dei dati disponibili è insufficiente per calcolare la tendenza del livello medio del mare con l’accuratezza necessaria e attribuirne l’impatto del Global Warming (1). E questa persona sostiene l’allarmismo climatico!» Il terzo e più importante argomento riguarda la pretesa influenza della CO2. Il suo aumento, secondo gli ambientalisti porterebbe ad un “punto di caduta senza ritorno” (tipping point). Questo è falso e Lindzen propone diverse argomentazioni. Intanto ogni quantità di CO2 aggiunta ha minore impatto della precedente, cioè ha un ritorno decrescente sul clima. A ben guardare l’IPCC stesso non si è sbilanciato più di tanto. La posizione si può sintetizzare così «E’ probabile che la maggior parte del riscaldamento degli ultimi 50 anni sia dovuto alle emissioni umane». Questo non sembrerebbe di per sé un motivo di preoccupazione. Ma su questo si costruisce la strategia Global Warming. Continuiamo a vedere dichiarazioni allarmistiche che contano sull’appoggio di qualche “autorità”. Come si è arrivati a questo? L’IPCC ha costruito un gran numero di modelli che non potevano ragionevolmente simulare la grande complessità degli schemi naturali conosciuti, quali l’ENSO (El Niño-Southern Oscillation), la Decennale Oscillazione del Pacifico, la Multidecennale Oscillazione dell’Atlantico. Quando si vide che questi modelli non potevano replicare l’andamento climatico, allora si arguì che era necessaria un forzatura, e che questa doveva essere dovuta all’uomo. Ciò costituisce un rifiuto della logica scientifica, invece è proposto come se ne fosse una implicazione necessaria. Certamente un uso della manovra autoritaria è di ottenere che società scientifiche sottoscrivano l’affermazioni erronee Le falsità sul ruolo della CO2. I modelli dell’IPCC introducono fattori che aumentano artificiosamente l’influenza della CO2 Ma gli studi di Lindzen ne dimostrano la falsità. Cercheremo di darne una semplice spiegazione. E’ generalmente convenuto che l’aumento della CO2 agisca come una coperta aumentando il riscaldamento della terra. Si definisce come sensibilità climatica l’aumento di temperatura che avrebbe luogo a fronte di un raddoppio della CO2 atmosferica. I diversi modelli costruiti teoricamente dall’IPCC proiettano una sensibilità fino a 5 0C. Questo risultato è ottenuto artificiosamente con l’introduzione dei cosiddetti feedback positivi. Questi implicano che vapore acqueo e nuvole amplifichino l’effetto della CO2. Il risultato sarebbe destabilizzante e foriero di prossime catastrofi (Da notare che nei modelli dell’IPCC il vapore acqueo non viene indicato come gas serra a sé stante, con un evidente intento mistificatorio). Ma la natura è governata da feedback negativi stabilizzanti negativi o neutri, altrimenti mancherebbero le condizioni per la sua stessa esistenza. Dai dati rilevati dai satelliti ERBS e CERES, che misurano il bilancio termico della Terra, tra radiazioni solari assorbite e radiazioni termiche emesse dal pianeta, Lindzen ha potuto dimostrare che i pretesi feedback positivi postulati dall’IPCC non esistono (2). Come in tutti i fenomeni naturali il clima è dominato da feedback stabilizzanti negativi, dai quali si ricava una sensitivty molto bassa, da 0,7 a 0,8 0C di aumento per un raddoppio della CO2. Questo, conclude Lindzen, allontana qualsiasi ipotesi di catastrofe imminente, e dimostra che le fondamenta del Global Warming sono sbagliate.
Dal sito http://www.legnostorto.com/
Pubblicato il 28/12/09 16:48 in LA GOLA PROFONDA DI OLDUVAI (scienza e tecnologia) - commenti (3) - 201 visite

L'"ecoballista"
La visita di Vaclav Klaus a Milano è stata un soffio d’aria pura che ha spazzato per un attimo il tristo soffoco quaresimal-ambientalista che opprime la nostra città ed il mondo intero. Chi ancora guarda con scettico sopracciglio il nemico pubblico n.1 del pensiero unico eco-catastrofista legga qui sotto, e dorma preoccupato.
Mentre Klaus, ben ignorato dai media, finito il suo discorso andava a godersi la meritata cena, la RAI, precisamente “Radio 2”, ospitava all’interno di un autorevole programma di approfondimento culturale (“Alle 8 della sera”) una trasmissione condotta da Antonio Gallo: se bene abbiamo capito, ambientalista emerito (chissà gli altri). Titolo: “Vite sprecone”. Contenuto: scombinato minestrone dei più triti luoghi comuni del fanatismo ambientalista. Peculiarità: contiene una imbarazzante serie di palesi ecoballe (sciocchezze statistiche, baggianate, e dati falsi o fuorvianti). Ne cito solo tre, raccolti in mezz’ora di trasmissione, per dare l’idea:
- “il costo dei prodotti in commercio è composto dal 20 al 60% dal costo del loro packaging”. Con un packaging più sobrio, declama enfaticamente il Gallo, la pasta costerebbe al consumatore la metà. Immaginatevi il signor Barilla che fa un balzo sulla sedia e corre a licenziare i propri manager, quegli imbecilli! Ma non è cosi: come capirebbe anche un bambino cresciuto a merendine industriali, il dato reale è circa di DIECI VOLTE inferiore.
- Terrorizzati grandi e piccini sulle conseguenze dei loro vizi borghesi (mangiare, spostarsi, riscaldarsi, lavarsi, divertirsi), per dare un po’ di speranza, il nostro guru della pattumiera rivela commosso che però, si, vi sono anche spiragli di luce, e proprio in Italia, che è al vertice in Europa nell’uso di energie rinnovabili, che coprono il 16% della nostra produzione “frutto dell’impegno di tante piccole comunità nella ricerca di soluzioni innovative e sostenibili”. Povera creaturina, chi gli spiegherà che questo 16% nulla c’entra con i pionieri dell’eolico e del solare, né tantomeno con le piccole comunità di EcoPuffi, ma è solo, in massima parte, dovuto alla centenaria tradizione di sfruttamento della energia idroelettrica (=dighe) che, grazie alla nostra orografia e ai tanti bacini idrici montani, caratterizza il nostro quadro di produzione energetica da sempre?
-Infine, in uno slancio lirico, segnala che il futuro sta certamente nelle energie alternative, come dimostra un progetto-pilota che fa si che un intera isola oggi si alimenti solamente grazie ad esse. Davvero? Questa si che è una bomba! Ma quale isola? Capraia. Capraia??? Ma Capraia è una isola quasi disabitata! (300 abitanti!), nella quale lo sviluppo turistico è stato sostanzialmente inibito, e per la quale i bisogni energetici sono ridicoli! Ma questo, ovviamente,il nostro eroe non lo dice: uno che afferma convinto che spegnere gli apparecchi in stand-by consentirebbe a ciascuno di noi di risparmiare “centinaia e centinaia di Euro l’anno”, e che una sola ditta di case ecologiche ne ha vendute diecimila (!) nella sola Val Pusteria, pretenderete mica che sappia anche contare?
Vabbè, direte, agli espertucoli approssimativi che inquinano i nostri programmi con fugaci apparizioni siamo abituati, uno in più… Ma questa non è una fugace apparizione, è un ciclo di puntate che dura settimane, affidato a (scegliete voi la busta) un ecoballista privo di ogni senso del limite, o (unica possibile alternativa) ad un analfabeta parente di un funzionario Rai. Basti dire che, per dipingere il fosco futuro che ci attende, citava dottamente le malefatte (non scherzo) di tale “Inquinator”, personaggio dei fumetti rintracciabile su Topolino. Però un po’ di energia me l’ha fatta risparmiare: ho spento la radio. Resta il fatto che mentre Klaus parlava a poche persone a spese di privati, il Gallo verde parlava a centinaia di migliaia a spese nostre.
© Copyright 2004 Cartalibera
By Gianbattista Rosa
Mar 21, 2009, 21:40
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Pubblicato il 07/09/09 14:40 in LA GOLA PROFONDA DI OLDUVAI (scienza e tecnologia) - commenti (18) - 795 visite

"E' un piccolo passo per un uomo, un balzo gigantesco per l'umanità": è la storica frase pronunciata quarant'anni fa da Neil Armstrong, primo uomo a mettere piede sulla Luna il 20 luglio 1969, alle 22:56 (ora di Washington).
Oggi ricorre il 40/mo anniversario di quell'evento e il presidente Usa Barack Obama per l'occasione dovrebbe ricevere alla Casa Bianca i tre astronauti che parteciparono alla missione Apollo: oltre ad Armstrong, Buzz Aldrin, secondo uomo a mettere piede sulla Luna, mentre il terzo membro dell'equipaggio, Michael Collins, rimase in orbita nel modulo di comando. Oggi è prevista anche una conferenza stampa dei tre astronauti.
L'evento sarà celebrato per tutta la prossima settimana negli Stati Uniti, a partire dal Centro Kennedy in Florida, al Centro spaziale di Houston, in Texas, dove si trovava la sala di controllo, al celebre museo dell'aviazione e dello spazio a Washington, nonché dall'Orchestra sinfonica nazionale che si esibirà in un concerto a temi musicali di film come 'Guerre Stellari', 'Star Trek' ed 'E.T.'. Si è poi mobilitata, ovviamente, anche la Nasa, che ha presentato sul suo sito internet dei video restaurati della missione Apollo 11, ottenuti anche grazie alla collaborazione con la Cbs, e delle registrazioni inedite delle conversazioni tra gli astronauti. Venerdì l'agenzia spaziale americana ha inoltre diffuso le immagini che mostrano cinque dei sei siti di atterraggio della missione Apollo, scattate dalla Lunar Reconnaissance Orbiter (Lro). Il 40/mo anniversario dello sbarco sulla Luna sarà celebrato anche in Italia.
A Roma il comune ha organizzato, a piazza del Popolo, una serata per rievocare la storica telecronaca di Tito Stagno e Ruggero Orlando. In programma, nell'ambito dell'Estate Romana. A Milano sarà presentato il libro 'Quel giorno sulla luna', di Oriana Fallaci. 'Ricordando la luna a ritmo di rock' è invece l'iniziativa organizzata dall' Osservatorio Astronomico di Capodimonte, a Napoli. Ci sarà poi la conferenza-spettacolo 'Rock around the planets', con proiezione di filmati originali dello sbarco sulla luna. L' Unione italiana Astrofili guiderà l' osservazione ai telescopi dell'Osservatorio. Una 'serata lunare' anche presso la Cineteca di Bologna. Quarant'anni dopo la tv ricorda l'evento con una maratona di Rai Storia e speciali su tutte le piattaforme. Domenica 20 luglio 1969, ore 19.30 circa, nello Studio 3 della Rai di via Teulada Andrea Barbato guidava un team di giornalisti tra cui Tito Stagno e Ruggero Orlando (collegato da Houston). Sul programma nazionale Rai iniziò una diretta di oltre 25 ore che tenne incollati alla tv più di 20 milioni di italiani per seguire l'impresa della missione spaziale Apollo 11. Alle 4.57 (ora italiana) del 21 luglio l'astronauta americano Neil Armstrong mise piede sulla Luna. 'Linea Notte' del Tg3 mostrerà le immagini più significative della conquista della Luna (da Rai Teche) e un'intervista a Tito Stagno, Tg1 Storia commenterà le immagini dell'allunaggio con astronauti italiani nati 7 o 8 anni dopo e Rai Storia nella notte tra oggi e domani proporrà la replica della diretta per tutta la notte fino alle 8.
Pubblicato il 20/07/09 19:14 in LA GOLA PROFONDA DI OLDUVAI (scienza e tecnologia) - commenti (0) - 181 visite

Il Coypu (Myocastor coypus), soprannominato Nutria e comunemente chiamato “castorino” è difatti un castoro sudamericano in quanto è una specie originaria di Brasile, Argentina, Perù e altre zone del Sud America. Appartiene all’ordine dei Roditori e più precisamente alla famiglia monofiletica Myocastoridae. E’ di fondamentale importanza non confondere la Nutria con topi o ratti in quanto sono specie completamente diverse sotto gli aspetti biologici, etologici e morfo-funzionali.
Fu importata in Italia per la produzione di pelliccia (il “famoso” castorino) ma siccome intorno agli anni Ottanta la richiesta di queste pellicce diminuì sempre più, quasi tutte le aziende furono costrette alla chiusura e, onde evitare i costi di abbattimento di questi poveri animali, molti individui furono liberati e così colonizzarono diversi ambienti naturali.
La Nutria è un mammifero roditore dalle dimensioni modeste. Gli esemplari adulti possono raggiungere mediamente i 60 cm di lunghezza, coda esclusa, e un peso di circa 10 chili. Il colore del mantello è generalmente bruno scuro ma non è raro osservare esemplari grigi o con varie tonalità di marrone. Possiede orecchie piccole, lunghi e numerosi baffi bianchi o argentei. La dentatura consiste di 8 molari e 2 incisivi per arcata. Questi ultimi in particolare sono molto forti e rivestiti da uno smalto dal tipico colore arancione.
Le zampe sono pentadattili e quelle posteriori sono palmate, con il quinto dito libero, in quanto la Nutria è un animale fortemente semiacquatico. A riprova di ciò infatti le femmine presentano le mammelle in posizione latero-dorsale e questo è dato dal fatto che la prole viene allevata in acqua.
Sotto l’aspetto ecologico la Nutria, in base alle ricerche effettuate e alle mie osservazioni personali, non crea preoccupazioni per quanto riguarda l’interazione con le altre specie autoctone e che condividono lo stesso habitat.
La dieta della Nutria è prettamente vegetariana e si basa su piante acquatiche, varie erbe, radici, tuberi e frutti. Generalmente tendono a nutrirsi della vegetazione presente in prossimità degli argini dei corsi d’acqua. Nel nostro territorio ad esempio è facile incontrare questo roditore in diverse rogge del Parco Agricolo Sud Milano e in alcuni fontanili di parchi urbani. Molte famiglie rimangono incuriosite da questo simpatico animale che rallegra con la sua presenza e i suoi simpatici comportamenti le passeggiate di anziani e bambini.
Diamo ora uno sguardo alla sua etologia. Nonostante sia un animale prevalentemente crepuscolare non è raro trovarlo in pieno giorno nuotare nei corsi d’acqua o vicino a qualche campo per cibarsi di erbe e radici. Possiede un udito e un olfatto eccellenti ma una vista debole e ciò lo rende molto diffidente e timoroso.
Di indole molto docile, non è assolutamente aggressivo tanto che in America è anche considerato come animale da compagnia.
Le femmine sono fertili durante tutto l’anno e possono avere 2.7 gravidanze l’anno in quanto la gestazione ha una durata di circa 130 giorni e i cuccioli vengono svezzati a 3-4 settimane dalla nascita. Il numero di cuccioli per gravidanza varia mediamente da 2 a 6. Le Nutrie sono in grado di autoregolarsi infatti se le risorse territoriali o alimentari sono scarse, le cucciolate diminuiscono drasticamente di numero.
Le Nutrie, in particolare i cuccioli, sono prede di diversi animali tra cui lupi, faine, volpi, vari mustelidi, gatti selvatici, cani randagi, uccelli rapaci diurni e notturni e anche di ciconiformi. Anche pesci come lucci e siluri sono una seria minaccia per questo animale.
La società delle Nutrie presenta inoltre una competizione territoriale molto forte, femmine e maschi cercano di difendere il proprio territorio scacciando gli intrusi anche se sono parte di uno stesso gruppo. Altri fattori che risultano pericolosi per la Nutria sono il freddo invernale (letale per i cuccioli e per i maschi erranti) e l’uomo sia direttamente che indirettamente.
Analisi effettuate presso gli Istituti Zooprofilattici su carcasse di Nutria hanno evidenziato una bassissima frequenza di positività a forme di Leptospire o tutto al più paragonabile a quella normalmente riscontrabile in altri animali selvatici presenti nei medesimi territori.
La Nutria non è un animale autoctono ma è stata in grado di adattarsi molto bene al nostro ecosistema. Essendo un animale ha tutti i diritti di vivere e i disagi che può causare in alcune situazioni sono decisamente minori in confronto a quelli che fa l’uomo quotidianamente nei riguardi della Natura.
Samuele Tursiops Venturini
Pubblicato il 31/01/09 11:51 in LA GOLA PROFONDA DI OLDUVAI (scienza e tecnologia) - commenti (18) - 1176 visite

Non confondiamo il cambiamento climatico con l’inquinamento atmosferico
Le ricerche innovative condotte presso l’Università Federico II di Napoli studiando gli archivi naturali integrati presenti nell’Area Mediterranea hanno consentito di ricostruire la storia del clima e dell’ambiente delle ultime migliaia di anni; cambiamenti climatici anche più intensi dell’attuale si sono verificati con ciclicità millenaria, naturalmente e senza l’inquinamento atmosferico antropogenico. La durata dei periodi caldi degli ultimi millenni è stata di circa 150-200 anni. Questi ultimi sono correlabili con un sensibile incremento di attività solare su scala multisecolare. L’attuale periodo di cambiamento climatico si sta instaurando secondo la naturale ciclicità millenaria e si sta sovrapponendo ad un crescente inquinamento antropogenico dell’atmosfera; esso si svilupperà naturalmente, in relazione all’attività solare, come accaduto 1000 anni fa. L’ambiente sarà interessato da modificazioni rapide, diversificate in relazione alle attuali condizioni climatiche connesse alla latitudine.
Il cambiamento climatico per l’uomo moderno tecnologico è anche una novità; va ricordato che gli ultimi millenni si sono verificati cambiamenti simili a quello attuale anche con una concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera inferiore a quella delle ultime decine di anni, come accaduto 1000 e 2000 anni fa. I cambiamenti del clima e dell’ambiente, in natura, si sono sempre verificati in assenza di inquinamento ambientale antropogenico; gli archivi naturali evidenziano che in periodi preistorici le concentrazioni di gas tipo CO2, metano ecc. hanno avuto sensibili variazioni naturali, aumentando nei periodi con clima anche più caldo dell’attuale.
La storia del clima e dell’ambiente ricostruita con le ricerche scientifiche innovative, senza le sponsorizzazioni di coloro che si preparano ad azioni neocolonialiste speculando sul clima, evidenzia che indipendentemente dalle attività umane inquinanti, le popolazioni dovranno, comunque, adattarsi alle nuove condizioni climatico-ambientali che continueranno ad evolversi con la loro ciclicità millenaria.
Dobbiamo essere coscienti che il cambiamento climatico-ambientale non può essere contrastato. L’uomo può intervenire solo sull’inquinamento atmosferico attuando azioni tese a mitigarne gli effetti. L’uomo può efficacemente intervenire attuando sagge azioni per mitigare i danni che il cambiamento climatico provocherà modificando l’attuale ambiente naturale e antropizzato.
Tale conclusione, strettamente connessa ai dati scientifici multidisciplinari, alla storia ambientale e alle previsioni delle modificazioni del prossimo futuro, deve essere individuata come una pragmatica posizione per preparare l’ambiente nelle aree nelle quali verrà più significativamente modificato nelle prossime decine di anni.
I sostenitori di tali tesi scientifiche scaturite da dati, analizzati multidisciplinarmente, contenuti negli archivi naturali e relativi anche all’attività solare millenaria, finora sono stati definiti reazionari, al servizio degli inquinatori del globo, che intendono aggravare gli effetti della variazione climatica. Ma da chi? Da coloro che in base ai dati climatici strumentali che coprono solo gli ultimi 150 anni di storia, senza conoscere la storia del clima e dell’ambiente delle ultime migliaia di anni, come i ricercatori raggruppati nell’IPCC, (noto clan di ricercatori prevalentemente climatologi senza basi culturali per individuare, studiare e capire gli archivi naturali che contengono le informazioni sull’evoluzione del clima e dell’ambiente prima degli ultimi 150 anni, sponsorizzati dalle multinazionali e probabilmente, in parte anche in buona fede), sono giunti alla conclusione che molto probabilmente il cambiamento climatico attuale è provocato dall’inquinamento antropogenico dell’atmosfera. Tale versione, autoreferenziata e non scaturita e validata da un confronto scientifico internazionale multidisciplinare, è stata ampiamente lanciata dai mass media con una vera e propria campagna pubblicitaria promozionale che ha imposto una versione monocromatica della causa del cambiamento climatico-ambientale.
I governi di molte nazioni, sensibili alle pressioni delle lobbies che hanno sponsorizzato le ricerche dell’IPCC, assumono, ormai, ufficialmente che l’uomo sia la causa del cambiamento climatico. Quindi, per contrastare i cambiamenti ambientali si deve intervenire sulle attività umane. Bisogna assolutamente ridurre la produzione di gas ad effetto serra. Come? Ad esempio introducendo l’uso di biocarburanti per consumare meno combustibili fossili. Biomasse da recuperate nei Paesi poveri.
Ecco come l’attenzione globale si è spostata, dagli interventi tesi a mitigare i danni ambientali nelle aree che saranno più interessate dal cambiamento climatico, sulle attività industriali che sono state individuate dai ricercatori sponsorizzati dai neocolonialisti come la fonte principale delle emissioni di gas ad effetto serra che provocherebbero la variazione del clima.
Gli interventi da attuare nel prossimo futuro, conseguentemente, sono previsti nelle aree più industrializzate e causa prima delle emissioni inquinanti (che avrebbero provocato danni a tutto il pianeta) con la propagandata presunzione di poter così contrastare il cambiamento climatico e non di contenere l’inquinamento ambientale.
Tra gli interventi previsti vi è anche la neocolonizzazione di aree poco sviluppate dal punto di vista socio-economico, che sarebbero assoggettate per produrre i biocarburanti necessari per ridurre le emissioni in atmosfera prodotte nei paesi ricchi. In tal modo, nelle aree povere, si crea una competizione nell’uso del suolo in quanto le foreste e le aree già coltivate saranno progressivamente adibite alla produzione di biomassa per i biocarburanti che saranno sempre più usati nei paesi ricchi.
Su tali tesi, strettamente connessa agli interessi economici dei paesi ricchi a scapito dei paesi poco sviluppati, si trovano schierati i partiti progressisti e quelli ambientalisti accanto ai neocolonialisti; per ignoranza, disinformazione, speculazione economica, interessi vari.
Secondo Fidel Castro tale politica neocoloniale provocherà la scomparsa prematura di alcuni miliardi di abitanti delle aree povere.
Cosa fare?
Prima di tutto va immediatamente promosso un dibattito scientifico multidisciplinare istituzionale internazionale, che finora è sempre stato contrastato dalle lobbies che hanno sponsorizzato l’IPCC le cui conclusioni non hanno basi scientificamente valide in quanto si basano solo su dati climatici degli ultimi 150 anni; la storia del clima delle ultime migliaia di anni non esiste per l’IPCC. La storia delle relazioni tra attività solare e clima delle ultime migliaia di anni, evidenziata dai più validi fisici solari internazionali, per l’IPCC non esiste. Per l’IPCC esiste solo l’inquinamento atmosferico connesso alle attività antropiche degli ultimi 150 anni. Scientificamente parlando, le conclusioni dell’IPCC non sono altro che un edificio senza fondazioni.
Dal punto di vista commerciale, le conclusioni dell’IPCC, per i paesi ricchi, aprono la strada ad un neocolonialismo sfrenato e all’ulteriore degrado socio-economico ed ambientale globale delle aree povere.
Va detto chiaramente che grazie alla efficace e interessata sponsorizzazione, i risultati dell’IPCC, scientificamente banali, si sono trasformati, per legge e non per meriti scientifici, in verità scientifica.
L’applicazione del protocollo di Kyoto deve essere vista come attuazione di misure tese a ridurre l’inquinamento atmosferico e non come il modo per combattere il cambiamento climatico.
Nelle aree povere dove il cambiamento climatico avrà significativi impatti negativi e dove circa 3 miliardi di persone non hanno ancora accesso all’acqua potabile, invece di sconvolgenti interventi neocoloniali, andrebbero attuate misure efficaci per adattare l’ambiente alle nuove condizioni climatiche che si intensificheranno nel prossimo secolo.
L’Europa finora si è accodata acriticamente e passivamente alla politica neocoloniale imposta dagli sponsor dell’IPCC. L’Europa corre il rischio di applicare misure neocoloniali anche tra i suoi paesi membri in seguito ad una acritica promozione e facilitazione della produzione di biomassa che andrà a scapito delle qualificate produzioni agricole mediterranee.
Nel prossimo futuro i paesi del Mediterraneo, come accadde 1000 anni fa, saranno interessati dalla desertificazione delle zone costiere e dai più marcati cambiamenti ambientali che incideranno significativamente sull’economia e sicurezza ambientale; in tali aree vanno adottate concrete misure ambientali per la difesa delle risorse naturali, idonee a contenere i danni connessi al cambiamento climatico, e non misure tese ad avvantaggiare le attività industriali prevalentemente della parte centrosettentrionale dell’Europa che, come 1000 anni fa, sarà climaticamente favorita dalle nuove condizioni.
Vanno bene, ad esempio, gli aiuti alle industrie che producono autoveicoli per ridurre le emissioni gassose al fine di non inquinare ulteriormente (troppo) l’atmosfera; accanto a queste misure antinquinamento devono essere attuati interventi per preparare l’ambiente mediterraneo, in particolare, a sopportare per circa 100-150 anni gli effetti del riscaldamento globale naturale e ciclico.
Tra gli impatti che devono essere mitigati possiamo ricordare: -l’erosione delle spiagge mediante restauri geoambientali attuati con ripascimenti duraturi; -l’accumulo idrico per usi multipli (idropotabili, industriali, agricoli e antincendio); -alimentazione artificiale delle falde per contrastare il loro sovrasfruttamento; -il restauro e il disinquinamento fluviale; -dissesti idrogeologici connessi alle modificazioni delle precipitazioni piovose e al riscaldamento delle aree alpine con conseguente scongelamento del permafrost.
Prof Franco Ortolani
Ordinario di Geologia
Direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio, Università di Napoli Federico II
18 ottobre 2008
Pubblicato il 07/11/08 20:23 in LA GOLA PROFONDA DI OLDUVAI (scienza e tecnologia) - commenti (3) - 253 visite

Dal Blog di Maurizio Morabito del 2008/Lug/09
Il crollo del ponte di ghiaccio del Perito Moreno
(mia traduzione di un messaggio di Eduardo Ferreyra, curatore in Argentina del sito “Ecologia: Mytos y Fraudes“, riguardo il ghiacciaio Perito Moreno il cui ponte di ghiaccio e’ recentemente salito agli onori della cronaca visto che e’ in fase di crollo)
Al ghiacciaio Perito Moreno sta per crollare il suo “ponte di ghiaccio”, come accade regolarmente. In passato succedeva ogni quattro anni, ma il fenomeno si interruppe per un periodo di 16 anni fino al 1998. Naturalmente, la causa di questi crolli è la massa di ghiaccio in aumento, e il rapido movimento del ghiacciaio. Ultimamente, il ponte di ghiaccio si rompe ogni due anni, invece di quattro, il che indica che l’avanzamento e’ più veloce che mai.
Naturalmente, le temperature non hanno nulla a che vedere con questo, che dipende dalle precipitazioni a monte. Di solito, il ponte si e’ sempre rotto a fine estate (marzo o fine febbraio), ma il fenomeno di questi giorni, capitante in inverno, può essere attribuito solo ad acqua molto più fredda contenuta nella diga che si forma quando la lingua del ghiacciaio raggiunge la terraferma dall’altra parte del lago di San Martin. Acqua piu’ calda scioglie il ghiacciaio da sotto creando il famoso “ponte”. Questo processo e’ cominciato a Febbraio, quando l’acqua nel lago era più calda, e all’epoca tutti i media prevedevano la rottura in Marzo.
Sembra che l’acqua nei mesi di Marzo, Aprile e Maggio sia stata piu’ fredda del solito, e quindi la fusione e’ durata più del previsto. L’avanzare veloce del ghiacciaio crea un forte stress sul ponte, che quindi crolla. Non c’e’ niente di strano che non possa essere spiegato dalla fisica e della meteorologia.
Pubblicato il 12/07/08 07:31 in LA GOLA PROFONDA DI OLDUVAI (scienza e tecnologia) - commenti (13) - 666 visite

In occasione del ventennale dell’annuncio di James Hansen ai parlamentari americani, ove lo scienziato della Nasa nel 1988 avvertiva del riscaldamento globale antropogenico e dei suoi effetti disastrosi che si manifesterebbero entro il 2100, il National Geographic azzarda, mi dicono, un annuncio ancora più clamoroso: i ghiacci del polo Nord spariranno addirittura quest'anno. Spa-ri-ran-no. Che dire? Basta avere pazienza e aspettare: facciamoci un nodo al fazzoletto e riparliamone dopo le vacanze. E se mi chiedete come poter fare fronte alla, a questo punto imminentissima, disgrazia, non saprei proprio che ricette darvi. Per conto mio, domani iscrivo mia figlia al liceo classico e non mi sogno di cancellare le solite 2 settimane d'agosto in montagna.
Certo che l’annuncio deve aver rotto un bel po’ di uova nel paniere degli ambientalisti. Sicuramente li ha spiazzati non poco. L’ambientalismo ha servito per decenni come migliore scusa per il controllo delle azioni dei singoli individui, ricattandoli con avvertimenti del tipo: fa’ questo per la salvezza dei tuoi figli o, se non ne hai, per la salvezza delle foche. Col riscaldamento globale è stato tutta un’altra forza: fallo per la salvezza dell'intero pianeta, il tuo comportamento qui a Milano ha conseguenze a Pechino. Avvertimenti che hanno anche il vantaggio di favorire il superamento dell’irritante ostacolo delle sovranità nazionali. Il riscaldamento globale, insomma, è la realizzazione perfetta del sogno ambientalista: esercitare il controllo totale sulla società e sui comportamenti individuali. Il problema del riscaldamento globale, poi, è così gigantesco che, in realtà, nessuna soluzione è sufficiente a risolverlo, e qualunque cosa si faccia non è mai considerata abbastanza: l’inutilissimo e costosissimo protocollo di Kyoto, ad esempio, è «solo un primo passo».
Se fossero veri i timori propagandati, la risposta dovrebbe essere una sola: non basta ridurre, ma bisognerebbe interrompere, senza se e senza ma, i nostri consumi delle risorse energetiche del pianeta. Se si vuole evitare che il clima impazzisca, anche le generazioni future dovrebbero astenersi dal servirsi di quelle che, a questo punto, «risorse» non possono più chiamarsi: la logica ambientalista, insomma, privando dello stato di «risorsa» l’oggetto delle attenzioni degli ambientalisti, toglierebbe a costoro il loro potere venefico. Ecco perché i «primi passi» sono tutto ciò conta: un veleno, per mantenere il proprio potere, deve essere somministrato in piccole dosi. Se no si muore avvelenati e addio potere. Invece, somministrata la prima dose politicamente accettabile di veleno, e digeritala, si passa alla seconda. La campagna sul clima è insidiosissima a questo proposito: si comincia col vendere l'imminente pericolo e la necessità di agire, quindi si prospettano azioni successive, tutte costosissime e totalmente inutili. Quando la loro inutilità sarà evidente, si dirà che non è stato fatto abbastanza, e che quello precedente era solo un primo piccolo passo. E via di questo passo: in ogni momento, naturalmente, la parola d'ordine è «agire subito».
Quelli del National Geographic hanno finalmente fatto cadere a terra l’intera fiala di veleno: dobbiamo solo aspettare che agisca il suo effetto. Non possiamo più «agire subito», perché non c’è nulla da fare: abbiamo solo da aspettare 3 mesi. Pazienza, quindi. E memoria.
Franco Battaglia,
Il Giornale.it , martedì 24 giugno 2008
Pubblicato il 24/06/08 13:27 in LA GOLA PROFONDA DI OLDUVAI (scienza e tecnologia) - commenti (5) - 389 visite

Quando gli iceberg arrivavano alla latitudine di Napoli e nessuno si angosciava per il cambiamento climatico.
Nella notte del 14 aprile 1912, durante il viaggio inaugurale, il Titanic (soprannominato ³l¹inaffondabile²) urtò contro un grande iceberg e colò a picco alle ore 2.20 della mattina del giorno 15, causando la morte di 1512 persone. Era quasi giunto a destinazione (41.16 N; 50,14 O), si trovava praticamente davanti a New York. Ma come mai degli iceberg galleggiavano alla latitudine di Napoli? Di fronte a quale sconvolgimento climatico si trovarono i passeggeri della nave? Sorprendentemente, invece, non è un caso unico nella storia, infatti nel testo ³Storia Naturale²(i primi tre volumi furono pubblicati nel 1749 durante la cosiddetta ³piccola era glaciale²) di Geoege-Louis Leclerc (più famoso con il titolo Conte di Buffon) si può leggere:²I navigatori assicurano che il continente delle terre australi è molto più freddo di quello del polo artico, ma non abbiamo nessuna sicurezza del fondamento di questa opinione, probabilmente ritenuta esatta dai viaggiatori solo perché hanno trovato i ghiacci ad una latitudine in cui non se ne trovano mai nei nostri mari settentrionali, fatto che può essere provocato da qualche causa particolare. Non si trovano più ghiacci a partire dal mese di aprile al di qua di 67 o 68 gradi di latitudine settentrionale ed i selvaggi dell¹Acadia e del Canadà dicono che quando non si sono completamente sciolti in quel mese, è segno che il resto dell¹anno sarà freddo e piovoso. Nel 1725 non vi fu, per così dire, estate e piovve quasi di continuo; così non soltanto i ghiacci dei mari settentrionali non si erano sciolti al 67° grado nel mese di aprile, ma se ne trovarono verso il 15 giugno anche al 41° o 42° grado².
In che condizioni erano i ghiacci del Polo Nord in quegli anni in cui la catastrofe climatica non sembrava preoccupare la gente comune come accade in anni più recenti? Non è facile rispondere al quesito, all¹epoca i poli erano solo terre d¹esplorazione e non di studi scientifici sistematici (anche se sulle serie storiche si trovano ricostruzioni della "temperatura globale" dalla fine '800); uno dei primi tentativi di studiare scientificamente i Poli avvenne nel 1882-1883 con la Conferenza Polare Internazionale che creò una serie di stazioni scientifiche: 11 nella regione artica e 4 in quella antartica. Successivamente ci fu lo storico viaggio di Fridtjof Nansen, a bordo del Fram, che vagò nei ghiacci del Nord dal 1893 al 1896; comunque quando Nobile effettuò la spedizione polare con il dirigibile Italia, nel 1928, sulla sua carta geografica vi era ancora scritto su una vasta area ³zona sconosciuta². Ancora minore il livello di conoscenza dell¹Antartide nel secolo scorso, a tal proposito è utile rileggere come Raoul Bilancini, al ³VI convegno dell¹Associazione Geofisica Italiana² (9-10 novembre 1956), presentò l¹attività mondiale nell¹Anno Geofisico Internazionale[1][1] (IGY dal luglio 1957 al dicembre 1958):²si cercherà di aumentare, nei limiti del possibile, le stazioni meteorologiche ed aerologiche sugli oceani, sull¹Artide e specialmente sulla zona equatoriale e sull¹Antartide: continente quest¹ultimo, su cui si prevede l¹istituzione di non meno di ventuno stazioni osservatrici, i cui dati dovrebbero portarci molto avanti nella conoscenza di una parte della Terra che, come dice Chapman[2][2], ci è nota, in certo modo, meno della Luna².
Sui mass-media spesso i poli sono presentati dal punto di vista climatologico molto simili, invece come spesso ricordava Jacques Costeau l¹Artico è un oceano circondato da continenti (i ghiacci sono prevalentemente gallegianti sull¹acqua), l¹Antartide è un continente circondato dagli oceani. Questa enorme differenza contribuisce ai processi che, anche in questi ultimi anni, inducono il ghiaccio marino in Antartide ad aumentare mentre al Polo Nord è in riduzione (la banchisa artica a marzo 2008 si trova in un buon "stato di salute" rispetto agli ultimi anni e specie a quanto sembrava a settembre 2007, il suo deficit rispetto il valore medio è di soli -0.5 milioni di Kmq mentre i ghiacci polari globali sono in un surplus di 0,6 milioni di Kmq).
In Europa e nell¹Artico si è rilevato un clima più mite del passato ad iniziare dalla fine della ³piccola era glaciale², all¹incirca a metà Œ800, tale fenomeno ha indotto una generale diminuzione dei ghiacci ed un riscaldamento delle acque; riscaldamento "dimostrato" anche dallo spostamento dei merluzzi verso nord e l¹aumento del loro numero. Ad inizio Œ900 i merluzzi popolavano, in scarso numero e solo in alcuni punti, le acque della Groenlandia sud-occidentale, nel 1919 avevano raggiunto Godthaab a latitudine 64° N, nel 1922 Sukkertoppen a 65°, cinque anni dopo erano dinanzi Holsteinsborg a 67°, nel 1930 hanno toccato i 70° e intorno al 1950 erano arrivati a 73°. Ad inizio del XX secolo in Canada ed in Alaska il ritirarsi dei ghiacciai è stato un fenomeno imponente, ad esempio il ghiacciaio di Muir, nella Glacier Bay-Alaska, si è ritirato di 22 Km fra il 1902 ed il 1949, con una media di mezzo chilometro all¹anno. Tutto il Œ900 fu caratterizzato da una tendenza graduale verso un clima più mite, unico periodo che non seguì tale andamento fu il trentennio formato all¹incirca dagli anni tra il 1945-1975: in questa fase il clima si raffredò bruscamente ed i ghiacci tornarono a crescere ed a far paura, rendendo generalmente più difficile la vita nei paesi del nord e mettendo a rischio le popolazioni Inuit[3][3]. In una conferenza scientifica tenutasi a Reykjavik, in Islanda, nel 1969, si approfondirono gli effetti perniciosi dovuti ad un aumento dell¹estensione dei ghiacciai polari. L¹Islanda non li vedeva dal 1920 ma nel 1965 e 1968 erano tornati ed erano riusciti a bloccare per vari mesi la pesca e la navigazione nella costa settentrionale. Molte le problematiche causate dal freddo[4][4], riportiamo brevemente il contenuto di alcuni interventi dell¹epoca:
le due recenti svalutazioni monetarie (1 sterlina una volta corrispondeva a 120 corone islandesi, ora è valutata 210 corone) sono state provocate dalla pesante caduta dell¹esportazione di aringhe;
molti meteorologi prevedono che la tendenza alla diminuzione delle temperature atmosferiche e marine dell'Atlantico del Nord e nell'Artico continuerà ancora per molto, qualcuno paventa la possibilità di una nuova era glaciale;
per uno studio sovietico, un aumento delle masse d¹aria polare sposterebbe più a sud la depressione che attraversa l¹Atlantico, portando cattivo tempo sull¹Europa occidentale;
il ghiaccio danneggia porti, le navi e l¹equipaggiamento da pesca;
il ghiaccio spinge verso sud gli orsi polari aumentando i rischi per la popolazione, quest¹anno ne è stato ucciso uno solo in Islanda, il ventesimo che hanno dovuto uccidere in questo secolo;
molti i problemi per la salute della popolazione legati alla depressione derivante da molti mesi trascorsi vicino ad un mare freddo, bianco e silenzioso.
Nell¹ultimo trentennio del Œ900 il clima è tornato più mite ed i ghiacci nordici hanno ripreso quella tendenza alla diminuzione mostrata ad iniziare dalla seconda metà dell'800. Grande novità in questi ultimi decenni è la presenza nello spazio, per la prima volta nella storia, di satelliti in grado si monitorare puntualmente e con continuità cosa accade all¹estensione dei ghiacciai polari ogni giorno, estate ed inverno, notte e giorno. I satelliti permettono, per la prima volta, di osservare prontamente anche quando il passaggio a Nord-ovest è aperto (affermare che è navigabile è qualcosa di più complesso). Ma dei balenieri dell'ottocento e del passaggio a nord-ovest ne parleremo prossimamente.
Fabio Malaspina - Fisico
[1][1] L'IGY si proponeva di gettar luce su tre principali problemi metorologici: dinamica dell¹atmosfera, economia termica dell¹atmosfera, ozono e vapour d¹acqua.
[1][2] Sydney Chapman (1888-1970), nel 1957 fu eletto presidente della speciale commissione sull¹Anno geofisico Internazionale.
[1][3] dal libro "Un popolo che scompare" di Silvio ZAvatti-Walter MInestrini, ediz APE Mursia del 1977. Nel vocabolario Inuit esiste la parola AYORNARMAN che corrisponde al nostro "non c'é nulla da fare", "questo atteggiamento non è fatalismo, ma la consapevolezza che contro le forze superiori della natura non c'é altro da fare che aspettare.In altre parole l'Eschimese non ha la pretesa di piegare la natura ai suoi bisogni, ma si limita ad adattarsi alla natura stessa".
[1][4] Da ³Il clima e i suoi effetti², john Gribbin. Muzio Ambiente, 1988.
Pubblicato il 28/03/08 12:38 in LA GOLA PROFONDA DI OLDUVAI (scienza e tecnologia) - commenti (3) - 548 visite

La sensibilità ambientale è oggi notevolmente diffusa nella popolazione, e questo è un dato in sé certamente positivo. Ma purtroppo c'è un ambientalismo dominante che ha nutrito questa sensibilità con bugie di ogni genere fino a creare non solo un vero e proprio stato di paura, ma anche una paralisi delle attività umane che, con le persone, danneggia anche l'ambiente.
Il caso Campania è sotto i nostri occhi, ma per capire meglio il paradosso è bene ricordare che la Campania è la regione italiana che vanta con 9 parchi regionali, le oasi gestite e 106 siti di interesse comunitario - la maggiore estensione di territori protetti. Ben il 25% del territorio campano è area protetta. Eppure la Campania è anche la regione dove si consuma il maggior numero di reati contro l'ambiente. E non parliamo dello scandalo rifiuti di cui sono piene le cronache.
Avendo scritto due libri chiamati appunto "Le Bugie degli Ambientalisti" mi sono sentito chiedere molte volte quali sono le bugie.
Ebbene, sperimentiamo molti modi di propagare bugie: a volte si manipolano i dati scientifici, affermando come vero e provato ciò che è soltanto un'ipotesi e dando per scontato ciò che scontato non è. Il caso del riscaldamento globale è esemplare: si parte dall'osservazione di una lieve tendenza al riscaldamento negli ultimi 120 anni per sparare con certezza previsioni catastrofiche a causa delle attività umane che produrrebbero un insostenibile livello di CO2. Il risultato è sconcertante: mentre comunemente ormai opinione pubblica e politici sono portati a considerare la CO2, l'anidride carbonica, come un gas inquinante quando la CO2 è un gas fondamentale per la nostra esistenza sulla terra, addirittura abbiamo trattati internazionali e politiche nazionali che impongono di investire miliardi sulla riduzione delle emissioni di CO2 quando un qualsiasi scienziato onesto può dirvi che non siamo in grado di sapere come e quanto la CO2 influisce sui cambiamenti climatici.
Altre volte, si assolutizza un aspetto particolare di un fenomeno per darne una lettura opposta alla realtà. Pensiamo all'inquinamento atmosferico: è un fenomeno innegabile, chi vive in città lo sa bene. Ma il 99% delle persone è convinto che sia un problema relativamente recente, e in aumento. La verità è ben diversa: il fenomeno dell'inquinamento non solo è molto antico (già nel XIII secolo in Inghilterra lavorava una Commissione contro l'inquinamento, e il Parini nel 1759 scrisse la poesia "La qualità dell'aria" che ben spiega la situazione di Milano prima della Rivoluzione industriale) ma negli ultimi decenni è fortemente diminuito: del 70% in 40 anni, dice un rapporto dell'OCSE, e basta andare a leggere i dati delle varie ARPA regionali per trovare conferma a questo dato.
Eppure c'è una bugia più grande di tutte, quella che tutte le altre racchiude e spiega: è la bugia sull'uomo, ovvero l'affermarsi di una concezione negativa della persona, che sarebbe un elemento distruttivo per sé e per la natura, per l'ambiente. Il cancro del pianeta, è stato definito. Ed è per questo che tutte le campagne ambientaliste hanno come presupposto l'esistenza della sovrappopolazione e come obiettivo la limitazione della presenza umana, sia dal punto di vista quantitativo (controllo delle nascite soprattutto nei Paesi poveri) sia dal punto di vista qualitativo (deindustrializzazione nei Paesi ricchi).
Ciò che davvero è in gioco perciò è la ragione stessa della nostra vita, il senso e la ragione della nostra presenza in questo mondo.
Allora è fondamentale promuovere una grande opera di educazione ambientale che è prima di tutto una educazione antropologica, che recuperi la positività dell'uomo. E' per questo che è nato il CESPAS - Centro Studi su Popolazione, Ambiente e Sviluppo - la cui prima opera è di informazione: abbiamo infatti un'agenzia di informazione online che si chiama SVIPOP (SVIluppo e POPolazione, www.svipop.org), perché questa educazione parte dalla realtà, dall'osservazione della realtà.
Noi crediamo che il primo compito sia proprio quello di fornire fatti e notizie, generalmente censurate dalla grande informazione, che ristabiliscano la realtà, perché è la realtà stessa che afferma, come dice il nostro motto, che l'uomo è la soluzione e non il problema.
Riccardo Cascioli ,
Rinaldo Sorgenti.
Pubblicato il 08/03/08 19:19 in LA GOLA PROFONDA DI OLDUVAI (scienza e tecnologia) - commenti (58) - 1749 visite
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